AGRICOLTURA

AGRICOLTURA

L'attività agricola è indispensabile per il Parco, in quanto se c'è l'agricoltore, ci sono i campi da coltivare e quindi viene mantenuto lontano il cemento. Da sempre l'agricoltore è il guardiano del territorio, un guardiano che ha modellato ed ingentilito l'orografia ed il paesaggio; il custode attento del territorio perché sa che il rispetto della natura è il presupposto indispensabile non solo per il suo lavoro e quindi per la sua vita ma anche per la vita di tutto il nostro pianeta.

In passato nei campi si vedevano coltivazioni di frumento, segale, orzo, avena e poi tanto miglio ed in minor misura panico, lino e canapa con qualche gelso e filari di vite e poi successivamente patate e mais, meglio conosciuto come furmentun o carlun.

La coltivazione dell'uva ha particolarmente plasmato il nostro territorio e la memoria di questa coltura, che finì verso il 1880 con l'avvento della fillossera, vive ancora nei terrazzamenti ora non più avvitati ma tenuti a prato stabile o addirittura ripresi dalla natura con il sopravvento del bosco.

Ma la vera trasformazione del territorio agricolo si ebbe con la coltivazione dei gelsi, perché con i "cavaler" si incominciava a mettere da parte qualche soldo per acqiustare una pertica in più di terreno.

A partire dagli anni sessanta è incominciata la monocultura di mais che ha portato ad un incremento e ad un miglioramento della zootecnia e nelle stalle alle vecchie vacche di razza bruno alpina si sono sostituite le frisone, mucche pezzate bianche e nere di maggiori dimensioni.

Attualmente la superficie agricola del Parco si estende su 1.100 ettari e rappresenta il 23% dell'area protetta. Su questi terreni lavorano ben 43 aziende agricole, di cui 30 con sede aziendale all'interno del perimetro del Parco. La maggior parte sono cerealicole-zootecniche (quasi l'80%) mentre le restanti sono aziende senza capi di bestiame o avicunicole. L'allevamento zootecnico è esclusivamente bovino e presenta ben 1675 capi, di cui ben 1337 da latte ed il restante da carne.

Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un ritorno alle vecchie buone pratiche agronomiche, e si è così passati dalla monocultura del mais agli avvicendamenti di cereali autunno-vernini, in particolar modo orzo e grano, ma anche patate, soia ed ortaggi. Questo cambio di indirizzo colturale è stato obbligato dall'arrivo di un insetto americano noto come Diabrotica virgifera virgifera, il cui unico e valido metodo di lotta consiste appunto nell'avvicendamento del mais con cereali autunno-vernini o con altri tipi di coltivazioni.

Il Parco sta cercando di incentivare e mantenere l'agricoltura soprattutto con lo scopo di rendere il contadino gestore del territorio; fra le varie iniziative attuate si ricordano:

  • contributi per colture per la fauna a ciclo triennale, cioè coltivare sorgo o altri cereali, su piccole superficie, senza procedere alla raccolta, ma lasciandoli in campo come nutrimento per la fauna selvatica;
  • contributo per sfalcio posticipato dei prati al fine di non disturbare o peggio uccidere le giovani lepri;
  • distribuzione gratuita di sacchetti per confezionare le patate con una particolare dicitura che evidenzia la coltivazione in una area a Parco;
  • convenzioni con agricoltori per ripristinare la viabilità forestale, per realizzare aree di sosta, stagni per anfibi e zone umide, per attività di ricerca e sperimentazione in campo forestale.

Il futuro dell'agricoltura del Parco sta sostanzialmente nella ricerca di una sempre più fattiva collaborazione tra il contadino ed il Parco stesso, in modo da arrivare a creare dei prodotti di nicchia con un marchio di qualità che ricordi al consumatori che sta acquistando prodotti coltivati in una area protetta. Occorre inoltre favorire la trasformazione e la vendita diretta in azienda in modo da garantire la sicurezza della genuinità al cittadino che compra, assicurando nel contempo all'agricoltore anche un maggior reddito a seguito dell'annullamento della catena di vendita.

Altra prospettiva è costituita dalla coltivazione biologica o a ridotto impatto ambientale che consente sia l'apertura a nuovi mercati che effetti positivi sul territorio, per la riduzione dei prodotti chimici distribuiti.

Un ulteriore opportunità è lo sviluppo di agriturismi, a condizione che siano reali e non di facciata, allo scopo di riuscire a realizzare queste strutture all'interno di un percorso ciclo-pedonale che possiamo definire di "scoperta degli antichi sapori".

In sostanza un futuro per l'agricoltura c'è e sta nel Parco e nella collaborazione tra questo ed il mondo agricolo; collaborazione che è già iniziata e che deve continuare ed ampliarsi perché il contadino nel Parco trova la possibilità di migliorare il proprio reddito e la propria vita ed il Parco trova nel contadino il gestore del territorio ed il garante della sua sopravvivenza.

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